L'editoriale
Che sia lutto e non ipocrisia
Guardiamoci negli occhi e riflettiamo sul qualunquismo macabro all'epoca dei social
sabato 18 agosto 2018
06.00
Sono tutti ingegneri, ma al contempo amministratori, giornalisti, capi della Protezione Civile, giudici.
Ho scrutato sulle pagine social in questi giorni e me lo sono ripetuto spesso, perché lo spettacolo osceno del popolo italiano è stato a volte pari a quello di chi ha permesso che la sciagura di Genova avesse luogo. Finto cordoglio, attacchi a destra e a manca, senza risparmiarsi.
Concordo con tutti coloro i quali vogliono giustizia e certezze, in un Paese che da piazza Fontana in poi, sebbene in casi diversissimi, ne ha date pochissime. Ma lo starnazzare in rete finto dolore, il prendere a pretesto congetture senza nessuna conoscenza per scopi meramente politici, pseudo-ideologici, chiamateli come volete, mi ha schifato. Una macabra danza ai tempi dei social.
Giovinazzo non ha fatto eccezione, neanche a dirlo. Si è messo in mezzo al calderone di tutto, finanche la celebrazione di una Patrona che, semmai qualcuno non se ne fosse accorto, è la Madre per eccellenza ed esprime il più alto grado di pietas e di amore. Non è certo Maria a non dover essere onorata, piuttosto c'è la necessità primaria che almeno oggi, almeno nella giornata di lutto nazionale, ci sia silenzio e rispetto di quanto deciso dalle istituzioni.
Preghiera per chi crede e riflessione per chi è agnostico o ateo. Questo ci vuole oggi, anche in una cittadina in cui ci si divide su tutto e si pensa di saperne sempre una più degli altri.
Impariamo da Genova, dalla ferita Genova che si rialzerà anche questa volta, come è abituata a fare quella gente nata tra mare e montagna, tignosa, ostinatamente orgogliosa delle proprie radici. Impariamo da quella vignetta con i tifosi genoani e doriani abbracciati a colmare il vuoto lasciato nella realtà e nei cuori di chi resta da quel maledetto ponte venuto giù (le loro due squadre non giocheranno, a proposito, mentre il pallone milionario rotolerà ugualmente più forte di ogni dolore).
Silenzio, unità e riflessione, che però non siano ipocriti, ma autentici, che non siano viatico per tacere responsabilità. Quelle stesse responsabilità che non possono essere individuate su un social network, tra una birra ed un tuffo, tra una telefonata ed un salto in spiaggia. Che ci sia il riscatto delle coscienze, quelle di molti di voi, di noi, dopo aver perso l'occasione per tacere e guardarsi negli occhi degli scorsi giorni.
Non mettete segni di lutto sui vostri profili, non serve a niente, non è mai servito a nulla. Fatevi una coscienza da cittadini attenti e smettetela di criticare tutto e tutti senza cognizione né mezzi culturali per farlo. Amate (loro sì) quegli uomini e quelle donne che hanno dato tutto per salvar vite. Pregate o riflettete, lasciando che la Madonna giri per la vostra città senza più polemiche, in un Corteo o in processione, col cuore che guarda alla Liguria, e fatela entrare nelle vostre case.
Vivete liberi da preconcetti e aspettate giustizia da chi è deputato a renderla, sperando che per una volta in questo strano e bellissimo Paese, sfregiato in tanti ambiti, sia davvero fatta.
Ho scrutato sulle pagine social in questi giorni e me lo sono ripetuto spesso, perché lo spettacolo osceno del popolo italiano è stato a volte pari a quello di chi ha permesso che la sciagura di Genova avesse luogo. Finto cordoglio, attacchi a destra e a manca, senza risparmiarsi.
Concordo con tutti coloro i quali vogliono giustizia e certezze, in un Paese che da piazza Fontana in poi, sebbene in casi diversissimi, ne ha date pochissime. Ma lo starnazzare in rete finto dolore, il prendere a pretesto congetture senza nessuna conoscenza per scopi meramente politici, pseudo-ideologici, chiamateli come volete, mi ha schifato. Una macabra danza ai tempi dei social.
Giovinazzo non ha fatto eccezione, neanche a dirlo. Si è messo in mezzo al calderone di tutto, finanche la celebrazione di una Patrona che, semmai qualcuno non se ne fosse accorto, è la Madre per eccellenza ed esprime il più alto grado di pietas e di amore. Non è certo Maria a non dover essere onorata, piuttosto c'è la necessità primaria che almeno oggi, almeno nella giornata di lutto nazionale, ci sia silenzio e rispetto di quanto deciso dalle istituzioni.
Preghiera per chi crede e riflessione per chi è agnostico o ateo. Questo ci vuole oggi, anche in una cittadina in cui ci si divide su tutto e si pensa di saperne sempre una più degli altri.
Impariamo da Genova, dalla ferita Genova che si rialzerà anche questa volta, come è abituata a fare quella gente nata tra mare e montagna, tignosa, ostinatamente orgogliosa delle proprie radici. Impariamo da quella vignetta con i tifosi genoani e doriani abbracciati a colmare il vuoto lasciato nella realtà e nei cuori di chi resta da quel maledetto ponte venuto giù (le loro due squadre non giocheranno, a proposito, mentre il pallone milionario rotolerà ugualmente più forte di ogni dolore).
Silenzio, unità e riflessione, che però non siano ipocriti, ma autentici, che non siano viatico per tacere responsabilità. Quelle stesse responsabilità che non possono essere individuate su un social network, tra una birra ed un tuffo, tra una telefonata ed un salto in spiaggia. Che ci sia il riscatto delle coscienze, quelle di molti di voi, di noi, dopo aver perso l'occasione per tacere e guardarsi negli occhi degli scorsi giorni.
Non mettete segni di lutto sui vostri profili, non serve a niente, non è mai servito a nulla. Fatevi una coscienza da cittadini attenti e smettetela di criticare tutto e tutti senza cognizione né mezzi culturali per farlo. Amate (loro sì) quegli uomini e quelle donne che hanno dato tutto per salvar vite. Pregate o riflettete, lasciando che la Madonna giri per la vostra città senza più polemiche, in un Corteo o in processione, col cuore che guarda alla Liguria, e fatela entrare nelle vostre case.
Vivete liberi da preconcetti e aspettate giustizia da chi è deputato a renderla, sperando che per una volta in questo strano e bellissimo Paese, sfregiato in tanti ambiti, sia davvero fatta.